Continua la lotta al file sharing

pirate_cp_05.jpg È di qualche tempo fa la notizia, che Telecom Italia ha fornito 3.636 nominativi alla Peppermint Jam Records Gmbh. Utenti che, secondo quest’ultima, sarebbero colpevoli di aver messo in condivisione file musicali protetti dal diritto d’autore, senza la relativa autorizzazione.

Questi indirizzi IP sono stati scovati ad un software sviluppato dalla Logistep, un’azienda svizzera specializzata in questo tipo di operazioni. Il tutto in ottemperanza della direttiva IP enforcement, che obbliga i provider a comunicare i dati personali degli utenti sospettati di aver violato il diritto d’autore.

Anche se gli oltre 3.600 utenti coinvolti rappresentano un numero considerevole, dobbiamo constatare come, secondo una ricerca della fondazione Enaudi, in Italia un utente su 4 usa programmi di file sharing.

Negli ultimi anni, siti come itunes hanno proposto una valida alternativa al peer to peer (p2p, da pari a pari). In pochi mesi i volumi di vendita dei brani on line sono cresciuti a dismisura, segno che questi siti da un lato hanno catturato nuovi utenti, che fino a quel momento avevano usato i canali tradizionali, dall’altro il successo è stato decretato da chi, con un’alternativa a disposizione, è rientrato nella legalità.

Addirittura la società di ricerche NDP Group ritiene, molto ottimisticamente, che il mercato del download legale supererà il suo fratellino cattivo nel 2007.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, coloro i quali utilizzano il web per scaricare musica gratuitamente, e che spesso sono impropriamente definiti “pirati”, sono meno avvezzi all’uso delle nuove tecnologie di quanti invece scaricano dai siti ufficiali.
Un freno alla diffusione della cultura del download legale è stata la diffusione dei Digital Rights Management (DRM), i dispositivi che impediscono la copia dei file musicali inclusi nei file scaricati da siti come iTunes, che non hanno finora riscosso molto successo.

Il prematuro tramonto di questa “tecnologia”, è stato anche decretato da una major storica come la Emi, che ha messo a disposizione tutto il suo catalogo
senza i controversi DRM. I brani però, anziché i tradizionali 99c, costano 1,29$.

A titolo di cronaca, sui DRM sono anche piovute le critiche di chi sostiene, che più che la copia del singolo file, rappresentino un ostacolo alla concorrenza. Nel campo dei sistemi operativi, le distribuzioni open source non potranno far funzionare questi file, ed in quello dei processori, le certificazioni necessarie potrebbero costituire un ostacolo all’ingresso di nuove aziende.

Tornando al nostro discorso, in America le potenti lobby RIAA (Recording Industry of America Inc. Political Action Committee) e MPAA (Moction Picture Association of America Political Action Committee), grandi finanziatrici delle campagne per il Congresso, hanno, in questi ultimo giorni, spostato la loro attenzione sulla “campus piracy”.

Agli studenti di college ed università è attribuito il 44% del file sharing negli Stati Uniti. Grazie alle pressioni delle lobby, i finanziamenti alle università saranno condizionati alla lotta allo scambio di file protetti dal diritto d’autore.

Ovviamente, non si tratta solo di p2p. Gode di ottima salute anche lo scambio offline di contenuti, la semplice copia tra amici, che risulta essere pari al 37% dell’intero consumo musicale. La nuova minaccia è rappresentata dallo streamripping, il salvataggio della musica trasmessa in streaming: praticamente quello che si faceva con la radio e le cassette, registrando il brano in diretta.

Non a caso, ultimamente, sono anche state innalzate le tariffe per le radio via internet.

Vista l’entità del fenomeno, e la sua diffusione trasversale, sembrerebbe a prima vista molto difficile, per non dire impossibile, riuscire ad estirpare la pirateria musicale (anche sul concetto di pirateria ci sarebbe da obiettare, dato che se io ho acquistato dei contenuti che poi voglio far ascoltare ad altri, non vedo cosa ci sia di male –dato che quei contenuti li ho pagati-).

Ovviamente non tutto quello che si scarica da questi programmi è coperto dalle leggi sul diritto d’autore. Spesso il circuito p2p serve anche alle nuove band emergenti per farsi conoscere sia direttamente, mettendo cioè a disposizione degli utenti il frutto del proprio lavoro, sia indirettamente.

Ad esempio, può capitare di trovare all’interno di un album ben più famoso, anche una cartella contenente il cd di una band sconosciuta, che sfrutta così l’effetto traino del più famoso nome. O addirittura, la band emergente può cambiare il nome del proprio file, con uno ben più famoso.

Secondo chi scrive, il buon senso dovrebbe avere la meglio. Posto che oggigiorno ritengo quantomeno strano pagare 20 e passa euro per contenuti che posso copiare in 30 secondi, non è bello non pagare per il lavoro altrui.

Non credo che la natura di internet possa permettere un efficace lotta alla pirateria. Per chi ama scaricare da internet, si potrebbe far pagare una specie di tassa, compresa nell’abbonamento, per rimborsare le parti lese. Che a loro volta dovrebbero finalmente capire che i tempi sono cambiati.

Insieme al prodotto musicale andrebbero compresi anche tutta una serie di benefit non accessibili a chisi rivolge al mercato pirata. Un po’ quello che succede con le distribuzioni di linux.

p.s. andatevi a vedere il progetto iTunes U

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One Response to “Continua la lotta al file sharing”

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    film in streaming Says:

    Post molto bello, posso ripubblicare il contenuto, ovviamente citando la fonte?