Tra le migliaia di sagome urlanti del Main Stage dell’Heniken Jammin’ Festival qualcuna avrà una camicia a quadroni legata in vita, ormai ridotta ad un irrecuperabile straccio; qualcuna avrà anche dei capelli lunghi, ansiosi di essere sventolati come se fossero una sgualcita bandiera. Saranno sagome pseudo-trasandate, arricchite da indumenti che tradiscono una falsa semplicità. Pochi sapranno che quelle camicie erano e forse ancora sono, indossate dai “redneck”, i taglialegna del boscoso Stato di Washington; saranno ben certi, invece, di indossare uno dei simboli del “grunge”, uno dei simboli, quindi, di un movimento che ha cominciato a marcare i giovani degli anni ‘90 e che ancora adesso, in un millennio che non è più suo, non smette di lanciare i suoi stralci.
“Grunge” significa “sporco”, “sudicio”, perchè così si presentavano i suoi cantori ma anche in riferimento alla scarsa ricercatezza tecnica delle band, più interessate all’immediatezza dei suoni e delle parole. Il teatro è la West Coast, indimenticata fucina della controcultura degli anni ‘50 e ‘60, la scenografia, però è quella di Seattle, su fin quasi ai confini del Canada, a ridosso delle Montagne Rocciose. Qui, sulle ceneri della società americana degli anni ‘80, della sua ipocrisia smescherata, nasce un movimento che ha il sapore della rabbia e dell’eroina, la droga più in voga allora. Riprende l’mmediatezza del punk e la durezza dell’ heavy metal, la nostalgia dell’indie-rock e la freschezza del rock anni ‘70, ma anche Hendrix nei suoni distorti della chitarra; seguendo il classico schema strofa calma-ritornello potente le bands grunge gridano tematiche forti, come il male di vivere, l’inutilità di una esistenza passiva, il bisogno di ribellione. Partendo dai palchi di legno di Seattle, le sonorità grunge si insinuano negli sterei dei giovani di tutto il mondo, catturando inquiete anime giovanili, inserendole in un percorso caratterizzato non solo dallo stile musicale, ma anche da una ideologia, un modo di vivere e di porsi agli altri.
Il grunge è morto con Kurt Cobain, si dice. Forse è vero, forse un uomo può decidere le sorti di un genere, oltre che rappresentarlo meramente. E poi gli anni del “Seattle Sound” sembrano lontani, superati da suoni e socialità minimali. Fortunatamente però, non tutti i protagonisti di quel movimento hanno ceduto alle droghe: qualcuno ha ancora voglia di cantare, urlare, autocelebrarsi rifiutando allo stesso tempo l’etichetta di mito. E qualcuno ha ancora voglia di acclamare la voce calda e roca di Eddie Wedder, contorcendosi sui suoni dei suoi complici: Stone Gossard, Mike McCready alle chitarre, Matt cameron alla batteria, Jeff Ament al basso elettrico, Kenneth “Boom” Gaspar alle tastiere. Il gruppo deriva il suo nome, si dice, da una particolara marmellata (in inglese “jam”) al peyote della nonna di Eddie, Pearl.
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